Cookie Policy Reati predatori nell'antica Daunia - baccarato.org

Reati predatori nell’antica Daunia

Il ritmo narrativo avvincente del volume Quarta Mafia. La Criminalità organizzata foggiana nel racconto di un magistrato sul fronte di Antonio Laronga (Prefazione di Don Luigi Ciotti, Collana PaperFirst by il Fatto Quotidiano diretta da Marco Lillo, Società Editoriale Il Fatto, Roma 2021, pp. 250, 14 euro) spinge a iniziare a conoscerne il contenuto. L’appendice di note apre alle fonti per lo studio della rete mafiosa estesa su tutto il territorio della Capitanata (la parte settentrionale della Puglia che comprende il Tavoliere, il Gargano, i Monti della Daunia). Così Laronga, Procuratore Aggiunto a Foggia, delinea l’attuale quadro della Quarta Mafia, «definizione mediatica» – sottolinea – di «una criminalità emergente che coniuga arcaicità e modernità, localismo e globalizzazione».
Per rintracciare le formazioni originarie della Quarta Mafia, l’autore ci accompagna in un viaggio a ritroso nel tempo. Tutto inizia nel 1977-1978: il tentativo di colonizzazione mafiosa della Puglia settentrionale affonda le sue radici nelle carceri pugliesi dove, allora, vi era una massiccia presenza di cutoliani, fino al 1981, anno in cui Raffaele Cutolo decise di dare impulso alla Nuova Grande Camorra Pugliese, organizzazione a sé stante eppure subalterna alla Camorra. In realtà, l’aggancio mafioso tra la Campania e la Puglia si sfaldò in pochi anni, per essere sostituito da un disegno altrettanto fugace. Era il 1984. Sui fogli di un’agenda, in una cella, venne trovato lo statuto della Sacra Corona Unita (Scu), guidata da Giuseppe Rogoli, storico fondatore, originario di Mesagne, nel brindisino. La Scu appare connessa al protettore criminale ʼndranghetista, Umberto Bellocco. Il legame tra Sacra Corona Unita e ʼNdrangheta – chiarisce l’autore – risulta riferito dal collaboratore di giustizia Salvatore Annacondia. Il ritrovamento dello statuto della Scu finì per minare la segretezza di quest’organizzazione che fu abbandonata dalla criminalità foggiana, incline a sbarazzarsi di influenze mafiose esterne al territorio foggiano.
Man mano, i clan locali si affermarono e si fronteggiarono fino a creare un’entità polimorfica. Si tratta di una Mafia, fino alla fine degli anni Novanta, ritenuta «una insolita “escrescenza”, cresciuta e prosperata in un territorio sostanzialmente sano», fino al rischio di negarne la problematicità, a livello nazionale. Infatti, gli interessi della Quarta Mafia sono mutati nel tempo – evidenzia nel suo racconto documentato Antonio Laronga – per affermarsi nell’usura, nel riciclaggio, nell’intestazione fittizia di beni, accanto al fulcro criminale originario, rappresentato dal contrabbando, traffico di droga e dalle estorsioni. Il riconoscimento giudiziario della natura mafiosa dei gruppi criminali garganici arrivò tardi, nel 2004, fino alla conferma, giunta dalla Suprema Corte di Cassazione, nel 2011. Precedentemente, gli scontri tra clan erano inquadrati come vicenda privata. L’autore osserva come la faida di Monte Sant’Angelo non sia stata limitata al controllo degli interessi agropastorali, ma si sia basata sul predominio dell’economia criminale gestita dai clan (traffico di droga ed estorsioni). I settori turistici ed edili erano stretti in pratiche estorsive oblique (in proposito significativa era l’imposizione di guardianie abusive nei cantieri e in alberghi locali). Invece, il narcotraffico, facilitato dalle coste garganiche frastagliate, risultava intrecciato a sodalizi criminali balcanici. Il riconoscimento della natura mafiosa giunse, ancora prima, per la matrice di Cerignola: la prima operazione Antimafia risale al 1994, quando emerse il controllo del territorio nell’ambito del narcotraffico. Nondimeno il dominio territoriale emergeva nelle estorsioni, da quelle finalizzate al pizzo a quelle dissimulate attraverso servizi di guardiania imposti soprattutto nella zona industriale di Cerignola, con ramificazioni in Molise e in Abruzzo.
A differenza delle altre tre organizzazioni criminali mafiose (Cosa Nostra, ʼNdrangheta, Camorra), quella foggiana condivide affari con la microcriminalità urbana, da cui risucchia percentuali per ciascun reato. È una caratteristica evidenziata dall’autore che ripercorre la risposta della società civile. Il 12 dicembre 2009 venne costituita l’Associazione Antiracket di Vieste, per dire no al periodo buio che metteva in pericolo ristoranti, bar e alberghi della Perla del Gargano, danneggiati o bersaglio di incendi e furti finalizzati al pagamento del pizzo. Proprio il 2009 fu l’anno di 55 denunce per tentata estorsione a Vieste. Successivamente, il 21 marzo 2018 e il 10 gennaio 2020, la cittadinanza onesta foggiana manifestò «per scongiurare il rischio dell’abbandono e dell’isolamento», come scrive Laronga, nella parte conclusiva del suo libro, protesa a mettere nero su bianco l’importanza dell’affermazione dei diritti, in un contesto sociale in cui «la percezione della legalità è sfumata e dove chi lavora per il rispetto delle regole va contro il flusso della corrente».

 Francesca Melania Monizzi