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Economia planetaria

Economia planetaria

La natura dell’economia. Femminismo, economia politica, ecologia, a cura di Federica Giardini, Sara Pierallini, Federica Tomasello (DeriveApprodi, collana Doc(k)s, 2020), svela i lati nascosti del sistema capitalista patriarcale e la promessa mancata di giustizia sociale. Il volume raccoglie le voci di attiviste, docenti, ricercatrici e apre a una bussola bibliografica. È come essere di fronte a una matrioska che vive ciò che studia e diffonde saperi dell’esperienza. In un passaggio dell’introduzione, Federica Giardini (filosofa politica, coordinatrice del Master in Studi e politiche di genere all’Università Roma Tre) scrive: «da tempo si registra la necessità di un pensiero politico dell’economia, che non riduca questa a una manifestazione dei rapporti di potere e tantomeno la consegni a chi ha interesse a potenziare e riprodurre le possibilità di profitto e accumulazione».

 

Democratizzare il denaro. Credere in una concezione della ricchezza che coincide con il benessere comunitario significa coltivare un’altra sensibilità, distante dall’economia convenzionale. Quanto pagheresti per salvaguardare una foresta? Quanto vale il lavoro di cura? Si tratta di due domande, lanciate da Mary Mellor (fondatrice del Sustainable Cities Research Institute e docente emerita alla Northumbia University), che rendono lampanti le contraddizioni dell’economia convenzionale e i limiti della cosiddetta «crescita». Del resto, patriarcato e capitalismo colludono nel mandare a fondo lavori riproduttivi e risorse naturali. Centratissima «la metafora dell’iceberg», richiamata nel saggio introduttivo di Federica Tomasello (una delle tre curatici del volume edito da DeriveApprodi): la punta di ghiaccio rappresenta il mercato, sostenuto dalla base di lavoro nascosto che si svolge in casa e dai cicli naturali della superficie terrestre. Sottomissioni e sfruttamenti possono essere cuciti addosso a soggetti umani e non umani, all’interno del sistema capitalista patriarcale, intriso di gerarchie e dualismi. Il senso delle economie alternative sostenibili va in direzione opposta e contraria alla logica economicista, come fa notare Tomasello, che evidenzia l’importanza di riconoscersi «parte della biosfera».

Cercare di ricomporre i «legami spezzati» tra economia e natura. L’economia ecologica e l’economia femminista restano nella materialità dell’esistenza e nella consapevolezza di vivere in corpi attorniati da un ambiente naturale. Yayo Herrero (antropologa, educatrice sociale e ingegnera tecnica agraria) fa mettere a fuoco l’importanza dell’economia ecologica per ricomporre i «legami spezzati» tra economia e natura: «Assumere la nostra corporeità ci porta alla consapevolezza dell’immanenza di ogni vita umana e alla necessaria interdipendenza tra le persone». Nella direzione di una critica al pensiero economico dominante, che piega a suo vantaggio eppure ignora lavori riproduttivi e natura, il saggio di Stefania Barca, Carla Gregoratti e Riya Raphael restituisce una nuova narrazione della «decrescita», associata a Serge Latouche, attraverso l’approfondimento della letteratura ecofemminista degli anni ʼ80 e ʼ90 che mette a nudo i nessi esistenti tra patriarcato, capitalismo e degrado ecologico: dal contributo della sociologa tedesca Maria Mies, convinta che la crescita illimitata non sia liberante per le donne e sostenitrice della pratica della sussistenza, basata su agricoltura di piccola scala, mercati contadini e orti urbani; all’attivismo di Marilyn Waring, una delle più giovani deputate elette al Parlamento della Nuova Zelanda nel 1975, attenta agli indicatori di benessere delle persone a partire dalle loro vite, ai fini di interventi di politica pubblica.  

Uno sguardo indipendente tra complessità, autenticità, conflitti, vita materiale, vulnerabilità. Lo strappo significativo alla preponderanza dell’economia convenzionale risale agli anni ʼ70, quando nasce la campagna internazionale Un salario per il lavoro domestico (Wage for Housework, 1972). Come mette in risalto Sara Pierallini (attivista impegnata in ricerche su lavoro di riproduzione sociale nello spazio urbano, parte della redazione di IAPh Italia e co-curatrice del libro La natura dell’economia), quest’idea risulta ripresa dal movimento Non Una di Meno nel Piano contro la violenza maschile sulle donne e contro la violenza di genere (2017) che tiene fermo l’obiettivo del salario minimo europeo e del reddito di autodeterminazione «slegato dalla prestazione lavorativa, dalla cittadinanza e dalle condizioni di soggiorno». Del resto, l’economia femminista mira a cogliere la complessità dei fenomeni sociali e non si riconosce nei modelli dominanti econometrici, secondo Giulia Zacchia (ricercatrice presso il Dipartimento in Scienze Statistiche di Sapienza Università di Roma), che mette in luce la necessità di abbandonare «gli approcci convenzionali basati solo sulla differenza binaria uomo/donna», per intraprendere analisi che ricorrano all’intersezionalità (tra età, condizione socio-economica, appartenenza etnica e religiosa, orientamento sessuale, genere), senza tacere le lacune del Pil, come misura di benessere di un Paese, che «non tiene conto del lavoro di cura e domestico non retribuito» e ignora le differenze di genere. Ripercorrendo la genealogia del pensiero politico dell’economia, Antonella Picchio (economista che insegna presso la Facoltà Marco Biagi dell’Università di Modena e Reggio Emilia) crede nella tesi in base alla quale è il lavoro non pagato delle donne che sostiene il lavoro pagato degli uomini e critica la distinzione, propria dell’approccio statistico, volta a separare lavoro domestico e di cura. Una «falsa distinzione» nello sguardo di Antonella Picchio che ci tiene a cogliere la simultaneità dei momenti (cucinare, cambiare le lenzuola del letto di una persona anziana, fare i compiti con i bambini). Il lavoro di cura e domestico sono entrambi da considerare, tenendo conto dell’uso del tempo, entrambi creano un’espansione del benessere, scrive Picchio in un articolo pubblicato in Unpaid Work and The Economy (2006). La riproduzione sociale, spiega, è un processo che avviene attraverso il lavoro non pagato (domestico e di cura), il lavoro pagato (domestico e di cura), il lavoro di cura nei Servizi sociali e nella Sanità. Occorre dare visibilità al lavoro non pagato. Insomma, Picchio fa emergere ciò che ciascuna deve a sé: la responsabilità verso sé stessa. E, tra le pagine dedicate a corpi, vulnerabilità e responsabilità, dà un’incommensurabile nota di rispetto indicando la chiave di volta delle relazioni soddisfacenti in cui le vulnerabilità, quando affiorano, «possono essere colte senza essere usate».

La trappola dell’«altruismo obbligato». Esprimere amore ed empatia nel lavoro di cura è fondamentale, accanto a queste qualità, occorre però fare i conti con i rischi che si corrono quando la scelta non è una scelta, ma un modo per barricarsi tra le mura della sopravvivenza. In proposito, Mary Mellor parla di «altruismo obbligato» quando la cura è dettata dal vuoto di alternative economiche o dalla paura della violenza.

Nuovi mondi. Per uscire dalle gabbie della violenza economica, fisica e psicologica, è necessario dire no all’isolamento e sperimentare pratiche condivise, trasformare il territorio «in una nuova fabbrica sociale», scrivono Luci Cavallero e Verónica Gago nelle loro tesi successive alla crisi argentina del 2001. In accordo con il femminismo radicale e l’ecofemminismo, tra i saperi dell’esperienza portati avanti, emergono i collettivi, che disegnano «utopie quotidiane che prendono forma e si riproducono nel locale», raccontati da Sara Pierallini, a iniziare dai Gruppi di educazione condivisa, a Barcellona, dove per occuparsi della prima infanzia si realizzano attività di riproduzione condivisa, «beni comuni urbano-sociali» ispirati a Ivan Illich, autore di Descolarizzare la società (1971). Nella tensione verso nuovi orizzonti di senso, sprigiona energie l’esperienza di dialogo tra chi vuole usare la terra e chi l’ha ereditata in Rojava, per costruire «qualcosa di rivoluzionario», travalicare le classi e unire poveri e ricchi, provati dalla «base comune di dolore» per i quarant’anni di guerra in Kurdistan. Azize Aslan e Gea Piccardi aprono all’esperienza delle cooperative antipatriarcali di donne in Rojava, dove apprendere a partire dalle pratiche e dare spazio alla consapevolezza stando insieme. Una narrazione che è distante mille miglia dal femminismo eurocentrico, rinchiuso in un’emancipazione individualista.

Francesca Melania Monizzi