Cookie Policy Intervista | La passione per lo studio del fenomeno mafioso tra passato, presente e futuro - baccarato.org

Intervista | La passione per lo studio del fenomeno mafioso tra passato, presente e futuro

Intervista | La passione per lo studio del fenomeno mafioso tra passato, presente e futuro

A 28 anni dalla strage di Capaci del 23 maggio ʼ92, il Procuratore della Repubblica di Messina, Maurizio de Lucia, invita ad accostarsi a fondamentali studi di Giovanni Falcone che risalgono al 1991 e accompagna in una sintesi della strategia statale Antimafia

(Asbac, 23.05.2020 | a cura di Francesca Melania Monizzi) – Alla distruttività e alla pervasività delle Mafie si deve cercare di rispondere con ponderate azioni di contrasto. A parlarne il Procuratore della Repubblica di Messina, Maurizio de Lucia. In magistratura dal 1990, la sua prima sede, nel 1991, è stata la Procura del Tribunale di Palermo dove, da Sostituto Procuratore, ha vissuto il drammatico periodo delle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Per anni si è occupato di reati economici ed ha indagato sulla Pubblica Amministrazione. Dal 1998 ha fatto parte della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA), dove ha sviluppato un’esperienza investigativa e processuale a tutto campo, maturando una profonda comprensione del fenomeno mafioso e dei suoi pervasivi intrecci con la società. Tra le principali inchieste nella Procura di Palermo di quegli anni: la c.d. tangentopoli siciliana, il c.d. processo del tavolino (sulle infiltrazioni di Cosa Nostra nel mondo degli appalti); il processo c.d. Grande mandamento (che ha annientato la rete dei favoreggiatori di Bernardo Provenzano); il processo c.d. Gotha che, nel giugno 2006, ha portato alla cattura tra gli altri di 16 dei capi mandamento mafiosi che governavano Palermo; il processo sulle c.d. talpe (2005-2008), che, tra l’altro, ha portato alla condanna dell’allora Presidente della Regione Sicilia alla pena di 7 anni di reclusione per il delitto di favoreggiamento aggravato all’organizzazione mafiosa. Dal giugno 2009 al luglio 2017, il dr. De Lucia è stato Sostituto Procuratore Nazionale Antimafia ed ha continuato a occuparsi del collegamento investigativo con le DDA di Palermo e Caltanissetta e della gestione dei detenuti sottoposti al regime di cui all’art 41 bis dell’Ordinamento penitenziario. Dal 2010 e fino al 2017 è stato componente della Commissione centrale per la gestione dei programmi di protezione di collaboratori di giustizia e testimoni. Da circa tre anni, a partire da luglio del 2017, è il Procuratore della Repubblica di Messina.

Oggi è importante assumere uno sguardo retrospettivo nell’ambito dell’Antiracket e Antiusura?

È molto importante avere consapevolezza della storia dei movimenti Antiracket, di come la normativa, a partire proprio dall’iniziativa legislativa del 1991, pensata da Giovanni Falcone, si è evoluta e di quanto siano rilevanti gli strumenti che la legislazione offre alle vittime di racket e usura. Del resto è la storia delle Mafie che ci parla della loro capacità di cogliere tutte le occasioni possibili per accrescere il loro potere e oggi l’attuale situazione di crisi, sanitaria, ma anche economica, accentua un rischio di rafforzamento delle Mafie almeno sotto quattro profili, già segnalati da autorevoli commentatori: – quello di sostituirsi allo Stato nel sostegno alle fasce più deboli della popolazione, aumentando in tal modo il proprio consenso sociale, sia utilizzando “risorse” proprie, che gestendo i fondi che gli stessi decreti anticrisi destinano allo scopo. Penso in particolare alle presenze mafiose in diverse amministrazioni comunali di piccoli centri del Sud Italia dove il rischio, in assenza di verifiche e controlli, è certamente concreto; – quello di utilizzare le risorse pubbliche e i canali di finanziamento offerti dalla legislazione anticrisi sia per impossessarsene che quali utili canali di riciclaggio; – quello di acquisizione delle molte imprese che saranno vittime della crisi; – quello, forse il più pericoloso per le implicazioni che comporta, di riuscire a infiltrarsi negli appalti pubblici che verranno. Non dimentichiamo che gli appalti, da sempre costituiscono per le Mafie l’anticamera del salotto che consente di parlare con l’economia e con la politica. Il rischio concreto di controlli poco stringenti è che riviva quel “tavolino” che negli anni ʼ80 del secolo scorso vedeva seduti insieme uomini di Cosa Nostra, imprenditori e politici. Ricordiamoci che quel “tavolino” fu favorito anche da una imponente stagione di spese pubbliche in deroga effettuate in Sicilia per un valore, in pochi anni, di 5.000 miliardi delle vecchie lire.

Come e perché riscoprire gli studi svolti a Roma da Giovanni Falcone in qualità di Direttore della Sezione Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia nel 1991?

Perché in quel lavoro c’è il fondamento della legislazione contro il crimine organizzato più evoluta del mondo. È l’ulteriore “regalo” che un uomo straordinario ha fatto a questa Repubblica e al mondo intero. Due anni fa sono stato invitato in Messico a tenere alcune conferenze sul nostro sistema di contrasto al racket e alla mafia; quando ho chiesto come mai avessero invitato un italiano la risposta è stata: «[…] Abbiamo bisogno di nuovi strumenti di contrasto ai cartelli della droga, abbiamo chiesto consiglio ai colombiani che hanno più esperienza di noi e loro ci hanno detto: chiedete agli italiani». A noi sta allora il compito di spiegare l’enorme lavoro fatto da Giovanni Falcone, anche a tutti i paesi che soffrono in maniera speciale della piaga del crimine organizzato.

Si tratta di materiali di approfondimento disponibili on-line sul sito del Ministero della Giustizia?  

Purtroppo questi materiali non sono disponibili nella loro totalità; mi risulta però che è intenzione della Fondazione Giovanni Falcone realizzare la loro raccolta completa, per metterli a disposizione di tutti sul suo sito.

Di che cosa parliamo quando parliamo dei quattro pilastri della strategia statale contro le Mafie?

Dal 1992, immediatamente dopo le stragi di Capaci e Via D’Amelio, lo Stato, le sue forze di polizia e la magistratura, dapprima probabilmente in modo inconsapevole, hanno operato una precisa strategia di contrasto alla Cosa Nostra siciliana, utilizzando gli strumenti legislativi che il lavoro di Giovanni Falcone al Ministero di Grazia e Giustizia aveva creato e poi affinandoli. Questa strategia si può, semplificando, spiegare parlando appunto di quattro pilastri.

  1. La cattura dei capi dell’organizzazione. La prima grande operazione sistematica di contrasto a Cosa Nostra è consistita nel catturare i capi dell’organizzazione che, seppure già condannati nell’ambito del c.d. maxi processo, erano ancora per la gran parte liberi e godevano di una latitanza “dorata”. Oggi la situazione è totalmente mutata, uno solo degli esponenti di primo piano della Cosa nostra di allora è latitante. La cattura dei capi ha un significato importante sia dal punto di vista pratico, poiché si tolgono le “intelligenze” dal territorio e gli si impedisce di comandare; sia dal punto di vista simbolico, poiché si colpisce il mito della invulnerabilità e dell’impunità di Cosa Nostra.
  1. L’applicazione del regime speciale di cui all’art. 41 bis dell’Ordinamento penitenziario. I grandi capi una volta catturati devono essere posti nella condizione di non continuare a comandare dal carcere come avevano fatto in passato. Se pensiamo ai racconti dei collaboratori di giustizia che dal 1992 in poi hanno consentito di fare luce su migliaia di delitti di Mafia, essi hanno anche spiegato quanto sia importante per il capomafia detenuto continuare ad avere un rapporto diretto e stringente con gli uomini d’onore a lui sottoposti. Questi infatti devono continuare a ricevere ordini (anche di omicidi da compiere) e a fornire informazioni ai capi detenuti sul corretto andamento delle “cose di Mafia” sul territorio, temporaneamente abbandonato da chi è chiuso in carcere. Più collaboratori hanno definito la fase della detenzione in carcere dei loro capi, negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, come un periodo trascorso al “Grand Hotel Ucciardone”, con ciò definendo il più antico carcere di Palermo, anche riferendosi a fatti se si vuole di colore come la fornitura, prima al carcere e solo dopo alle cucine dei migliori ristoranti della città, del pesce più fresco pescato nel mare di Palermo in quel tempo. Dopo le stragi del 1992, questo regime è totalmente mutato e l’esigenza di impedire ai capi della Mafia di continuare a governare l’organizzazione dalle celle, ha imposto l’applicazione, prima in via transitoria e poi definitiva, dell’istituto del cd. carcere speciale di cui all’art. 41 bis dell’Ordinamento penitenziario. La norma, può dirsi in via di estrema sintesi, è volta a impedire i contatti dei mafiosi detenuti con i mafiosi liberi, predisponendo apposite strutture carcerarie, limitando i colloqui con l’esterno e sottoponendo i colloqui autorizzati a un rigoroso regime di controllo. Tali applicazioni hanno senz’altro avuto una rilevante efficacia, poiché rendendo più difficile la possibilità di contatto ha allontanato i “cervelli” detenuti, dai mafiosi liberi ed ha pertanto indebolito la capacità di governo delle Mafie. Non possono esservi dubbi che si tratti di un istituto importantissimo tra gli strumenti di contrasto dello Stato alle Mafie, e come tale da salvaguardare, ma bisogna anche avere ben chiaro che la impossibilità del mafioso di comunicare con i suoi sodali liberi è la sua unica funzione e che il regime speciale di detenzione non può essere inteso, né funzionare come una sorta di pena aggiuntiva a carattere afflittivo per i condannati per delitti di Mafia (e terrorismo). Con ciò intendo dire che se un mafioso ha commesso cento omicidi, perché così gli è stato ordinato, deve essere condannato per quei cento delitti, ma, per quanto feroce egli si sia dimostrato, non è a lui che andrà applicato il regime speciale. Tale regime dovrà invece essere applicato al capomafia (magari un vecchietto apparentemente innocuo) che quei delitti ha ordinato, essendo il capomafia, e non il killer, la mente che va isolata per proteggere la società ed indebolire la Mafia. È questa la sola funzione che la norma deve avere e in tal senso si può allora condividere, nelle grandi linee, quanto elaborato dal tavolo dedicato all’art. 41 bis dell’Ordinamento penitenziario nel corso degli stati generali dell’esecuzione penale voluti dal Guardasigilli pochi anni fa (2016). Un adeguamento del regime, ferma restando la necessità di un suo mantenimento, ai parametri costituzionali ed europei con particolare riferimento all’eliminazione delle restrizioni meramente vessatorie e non strettamente necessarie al raggiungimento degli obiettivi di prevenzione. Lo sforzo odierno sta nel salvaguardare e migliorare il sistema, conservandone e rafforzando la sua valenza preventiva e attenuandone ove possibile quella afflittiva, ma avendo anche cura di non lanciare pericolosi segnali di indebolimento del contrasto alle Mafie da parte dello Stato.
  2. La continuità dell’azione investigativa e processuale. Accanto all’azione di ricerca dei capi dell’organizzazione, si è, in maniera continua e non episodica, investigato e processato gli autori dei delitti “base” dell’organizzazione mafiosa (in primo luogo le estorsioni). Il carattere continuativo di questa attività ha impedito alla Mafia di coltivare una nuova classe dirigente ignota allo Stato, e ha consentito di processare e condannare centinaia di appartenenti all’organizzazione.
  1. L’aggressione ai patrimoni dei mafiosi. Hanno raccontato i collaboratori di giustizia siciliani, ma il discorso vale per tutti i mafiosi, che si diventa mafiosi per due ragioni: l’esercizio del potere; il desiderio di ricchezza. Se la volontà di arricchirsi è uno dei fattori che inducono a divenire mafiosi, l’impoverimento della Mafia, attraverso l’aggressione processuale ai patrimoni mafiosi, è conseguentemente una scelta razionale dello Stato nella sua azione di contrasto strutturale alle Mafie. Il sistema di attacco alle ricchezze mafiose, negli anni, si è affinato attraverso numerosi interventi legislativi e giurisprudenziali, ma almeno tre momenti fondamentali, vanno ricordati. La legge La Torre del 1982 che per la prima volta ha consentito l’applicazione di misure di prevenzione reale (il sequestro e la confisca) agli indiziati di appartenere alle Mafie e che è costata la vita a Pio La Torre che l’aveva proposta. Le legge di iniziativa popolare del 1996 che ha previsto la destinazione a uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Il Codice Antimafia del 2011 che ha istituito l’Agenzia Nazionale per i Beni Confiscati. Questi tre strumenti normativi segnano un percorso unico al mondo per quanto riguarda i beni criminali, poiché il sistema italiano è l’unico che non si occupa della sola fase della sottrazione dei beni ai mafiosi, ma si occupa anche della destinazione di quei beni (si potrebbe dire contro i mafiosi) e degli strumenti per gestire i beni (l’Agenzia). Se si pensa che in epoca fascista le misure di prevenzione erano una forma di controllo dei mendicanti e dei disoccupati, dei marginali, mentre oggi trovano la loro piena legittimità costituzionale nell’essere fondamentale strumento di contrasto alle Mafie, si può vedere come, anche da questo punto di vista, la democrazia abbia rappresentato il metodo migliore e più importante per il contrasto alle Mafie. Lo sforzo odierno sta nel salvaguardare e migliorare il sistema e, ancora una volta, non è un problema di leggi, ma di amministrazione. Oggi servono più risorse per il funzionamento dell’Agenzia per i Beni Confiscati, che deve celermente ricollocarli nel circuito legale e servono più risorse e grandissima trasparenza negli Uffici giudiziari deputati ai processi per la confisca dei beni mafiosi. In nessun caso comunque si può tornare indietro rispetto al punto nel quale si è giunti. «…Cosa più brutta della confisca dei beni non c’è […]. Quindi la cosa migliore è quella di andarsene». Questo pensano i mafiosi dell’aggressione ai loro patrimoni, come dice durante una conversazione telefonica intercettata anni fa, nel corso del procedimento Old Bridge, Francesco Inzerillo, esponente della famosa famiglia mafiosa.