Cookie Policy Dettagli da non dimenticare nella storia segreta dei Casamonica - baccarato.org

Dettagli da non dimenticare nella storia segreta dei Casamonica

È lieve, eppure deciso e nitido l’inchiostro del libro Casamonica. La storia segreta. La violenta ascesa della famiglia criminale che ha invaso Roma di Floriana Bulfon (Prefazione di Giuseppe Pignatone, Bur Rizzoli, 2019). Arrivata dal Friuli a Roma, l’autrice si mette alla ricerca della mafia accettata come «normalità», quella più difficile da estirpare. Nonostante la diffidenza incontrata, senza farsi condizionare, Floriana Bulfon inizia la sua narrazione: parte dall’alba del 17 luglio 2018, quando – nell’ambito dell’operazione “Gramigna” – viene eseguita una misura cautelare nei confronti di esponenti del clan Casamonica a Porta Furba, a poca distanza da San Giovanni in Laterano. Ed è là che «si decidono la droga da comprare e vendere, il tasso di usura da applicare, le spedizioni punitive contro i debitori». Fare cronaca, nel suo lavoro di giornalista, non significa fermarsi ai comunicati ufficiali, ma scavare e mettersi in cammino per fare luce nello stradario dei territori che convivono con il dominio criminale. Ricostruire la storia di uno dei clan più feroci della Capitale è un impegno che la porta a non trascurare i dettagli e a cogliere le dinamiche psicologiche che scattano all’interno e fuori dalla famiglia rom avvezza a esibire automobili di lusso, orologi costosi, denaro, a sfoggiare opulenza e ad abbinare a tavola le bollicine dello champagne alla pajata.   

        Lo stradario del potere mafioso: il controllo del territorio del clan, padrone di Roma Sud-Est, nel deserto dei non-luoghi. Parlare di mafie, diceva Paolo Borsellino, ricordato nella prefazione da Giuseppe Pignatone (già Procuratore Capo della Repubblica a Roma), è fondamentale per contrastarle. Insomma per combatterle bisogna conoscere i loro schemi e i luoghi dei reati. Accanto al «dominio monolitico» di Porta Furba, esercitato per molti anni (dai primi anni ´80 al 2018), i Casamonica controllano, pur diversamente, la Romanina che acquista un’anonima identità con la nascita del centro commerciale nel 1992. È l’assenza di piazze, centri di aggregazione e il vuoto sociale a fare prevalere la gestione criminale nelle periferie. Oltre lo spicchio della Romanina, ci sono le geometrie di mattoni rappresentative del loro dominio criminale dal 1981 al 2018. Per attraversare la «geografia del potere della famiglia Casamonica» occorre salire sull’autobus 505, scrive Bulfon. Ed è così che scorrono davanti agli occhi le ville e le piscine del clan imparentato con i Di Silvio (del resto, il metodo che si usa per le cosche ʼndranghetiste vale anche per la piccola mafia romana: “segui le parentele” precede la chiave investigativa “follow the money”). Nelle gestioni criminali dei Casamonica, che partono dal loro quartiere generale di Porta Furba, si staglia la villa del patriarca, Vittorio, morto il 20 agosto 2015, trasportato da una carrozza di cavalli, e accolto nella basilica Don Bosco (la stessa chiesa cattolica, fa notare l’autrice, dove furono celebrate le esequie del boss della Magliana Enrico “Renatino” De Pedis e invece, secondo le indicazioni del cardinal Ruini, furono negate nel 2006 a Piergiorgio Welby, attivista strenuamente contrario all’accanimento terapeutico). Si tratta di una villa costruita in Via Roccabernarda, a Roma, e non sfugge all’autrice la singolare coincidenza, il richiamo al paese del Crotonese dove è presente la mafia calabrese che, volendo accennare a un parallelismo, è intrisa di rituali e intrecci matrimoniali che la fanno accostare alla piccola mafia che dal Sud-Est della Capitale si spinge verso i Castelli Romani.

A proposito di usura, dalle prime inchieste degli anni ´80 ai tentacoli nel centro storico di Roma. Dai Tredicine, una dinastia rom proveniente dall’Abruzzo affermata nel controllo del territorio (nella veste di nomadi delle caldarroste), ai Casamonica, dediti all’usura, il centro storico della Capitale trattiene il suo lato oscuro. Sono i pugni a costringere le persone a saldare i debiti a strozzo e, in assenza di contanti, si pretendono gli immobili di proprietà degli usurati o si sottraggono automobili dalle autorimesse i cui titolari risultano in ritardo nel pagamento delle rate. I rapporti di sottomissione instaurati e le minacce manesche, che fanno sottostare al tasso usurario minimo del 20 per cento al mese, sono resi efficienti dal «gioco di squadra» che si attiva quando uno di loro è in carcere. D’altronde il retroterra del giro criminale dell’usura risale al 1971. Nelle pagine di Floriana Bulfon affiora e s’incrocia il legame tra la banda della Magliana (e il suo controllo criminale su Trastevere, Testaccio, Magliana ed Eur) e i Casamonica, padroni del Sud-Est cittadino. Il personaggio che unisce le loro strade è Enrico Nicoletti (detto “Il Cassiere”), colui che, negli anni ʼ80, viene ritratto dal giudice istruttore Otello Lupacchini come uno dei due fulcri del sodalizio criminale nell’ambito dell’usura. Quell’inchiesta nasce dai pestaggi che, nonostante la paura di denunciare, non passano inosservati, grazie a due lettere anonime che arrivano ai magistrati. In quegli anni, il duetto Enrico Nicoletti-Vittorio Casamonica sottrae soldi e sbrana i patrimoni delle persone che cadono nella morsa dei prestiti usurari. L’inchiesta di quegli anni risale ad «assegni senza data, firmati dagli usurati». Inizialmente gli usurati coprono Nicoletti e fanno riferimento alle botte ricevute dai Casamonica. Ma la realtà viene fuori: «I periti ingaggiati da Lupacchini per setacciare le radici del tesoro partono dal 1971 e devono misurarsi con questa mescolanza di affari». Un impero economico sporco, che gravita attorno al patriarca Casamonica e al Cassiere Nicoletti, punteggiato da persone pressate da problemi di liquidità che finiscono, in quegli anni, per alimentare i loro affari: i faldoni giudiziari, scrive Floriana Bulfon, fanno mettere a fuoco una serie di transazioni, passaggi di appartamenti, conti bancari e società che girano «in un ballo senza freni». In questo vortice, Enrico Nicoletti sembra non essere ostacolato dalle banche che, anzi, negli anni ´80, gli concedono fidi consistenti e, come emerge nelle carte del giudice istruttore Lupacchini, lo accolgono persino nella filiale di Montecitorio della Cassa di Risparmio di Rieti. Il Cassiere raccoglie dalle mafie denaro da riciclare in investimenti di alta finanza.

L’affare Tor Vergata e la vicinanza alla cerchia di Giulio Andreotti. Sorge alla fine degli anni ´70 la seconda Università di Roma, all’ombra di proprietà ecclesiastiche e di influenze andreottiane che fanno accrescere il bacino economico del duetto Nicoletti-Casamonica. Nella narrazione di Floriana Bulfon, l’operazione Tor Vergata appare «targata DC». E, sulla base delle informazioni raccolte durante le indagini che non sono mai approdate a una verità processuale completa, il legame con la Democrazia Cristiana pare saldarsi nella fase di ricostruzione dell’Irpinia dopo il terremoto del 1980, nella circostanza del rapimento da parte delle Brigate Rosse dell’assessore campano Ciro Cirillo rilasciato il 24 luglio 1981 dopo il riscatto che sarebbe stato racimolato con i soldi portati dalla cordata Nicoletti-Casamonica e la mediazione del boss camorrista Raffaele Cutolo dal carcere.

La svolta della ribellione di una testimone di giustizia al giogo segregante della Famiglia e la rottura dell’omertà. Gli anni di dominio dei Casamonica indicano una gerarchia interessata alla gestione criminale condotta da uomini e donne, Bìtalo e Liliana ne sono un esempio lampante. È pur vero però che le donne Casamonica «belle da giovani» accade di ritrovarle, nel passare degli anni, «madri che nascondono il corpo». Così narra Floriana Bulfon che centra la rottura dell’imposizione del silenzio all’interno della Famiglia grazie al coraggio di Debora Cerreoni che diventa testimone di giustizia, dopo una convivenza decennale con Massimiliano, fratello di Bìtalo Casamonica. Dapprima considerata “straniera”, mentre Massimiliano è in carcere, Debora inizia a lavorare in un ristorante e matura la ribellione all’obbedienza alle regole del clan. Una metamorfosi che emerge nelle pagine scritte da Floriana Bulfon: Debora assapora l’indipendenza economica, smette di coprirsi con le consuete gonne lunghe, indossa i jeans.

Francesca Melania Monizzi