L’arroganza di una “piccola mafia” tra il Sud-Est della Capitale e i Castelli Romani

Sentire l’estraneità interferente di certe forme di ostentazione fa imparare a mettersi al riparo dai comportamenti prepotenti, prime radici di molti reati, anche dell’usura

I subdoli elementi di un clan. Il IV Rapporto Mafie nel Lazio (edito dall’Osservatorio regionale tecnico-scientifico per la Sicurezza, la Legalità e la Lotta alla Corruzione, curato con la collaborazione di Norma Ferrara ed Edoardo Levantini, progetto grafico di Pier Luca Mario Dussich, 2019) fa riferimento al 2018 e apre le porte di un resoconto di atti giudiziari e mappe. Iniziamo a leggere le “piccole mafie”.

Le “piccole mafie”. La formula “piccola mafia” ha una derivazione giurisprudenziale: risale alla definizione data dalla Corte di Cassazione ad alcuni gruppi mafiosi romani e stranieri (IV Rapporto, p. 55). In questi ultimi anni, la Procura di Roma si è occupata dei gruppi autoctoni che usano il metodo mafioso e che «convivono» e fanno affari con le mafie tradizionali (Camorra, Cosa Nostra, ʼNdrangheta). Tra i clan più noti: i Casamonica, di origine sinti, che – come riferisce il IV Rapporto edito dall’Osservatorio tecnico-scientifico della Regione Lazio per la Sicurezza, la Legalità e la Lotta alla Corruzione – operano non solo nel Sud-Est di Roma (in particolare nelle aree della Romanina e di Porta Furba nel Quadraro), ma si sono estesi a Ciampino, Grottaferrata e nel territorio di Bracciano. È nota la parentela dei Casamonica con gli Spada, concentrati a Ostia (assieme ai Fasciani, ai Triassi e a clan minori).                                   

La coesione di una gestione criminale. Episodi di intimidazione e di ostentazione del controllo del territorio, legati allo spaccio di droga, sono evidenziati dal IV Rapporto (pp. 57-59), in base alla lettura dei testi delle sentenze della Suprema Corte (Cassazione, Sez. II, n. 23412 del 2017), ad altri provvedimenti giudiziari, alle dichiarazioni di giornaliste e giornalisti davanti alla Commissione speciale del Consiglio regionale del Lazio sulle infiltrazioni mafiose e sulla criminalità organizzata nel territorio (18 ottobre 2016) nonché di esponenti del Municipio. I Casamonica attingono la coesione da quel familismo, opposto al senso civico, che mette tutti i componenti, comprese alcune donne con ruoli di primo piano nella gestione criminale, «a disposizione per gli interessi della famiglia» (p. 66).

L’usura. In questo tessuto territoriale dominato dall’arroganza del clan, purtroppo si accresce l’attività di prestito a tasso usurario e il recupero abusivo dei crediti (pp. 70-76). Ed è leggendo il IV Rapporto Mafie nel Lazio che risalta uno stralcio di un’ordinanza di custodia cautelare del Giudice per le indagini preliminari (Gip) del Tribunale di Roma, Gaspare Sturzo, il quale spiega che il clan Casamonica utilizza denaro proveniente dal traffico di stupefacenti o dai profitti illeciti della stessa usura. Un passaggio significativo perché consente di iniziare a capire di cosa parliamo quando parliamo di prestito usurario. Il Gip sottolinea che la tipologia di prestito usurario utilizzato dai Casamonica è quella del «prestito a “capitale fermo” nel senso che o si paga subito il capitale preso a prestito a prima richiesta oppure questo viene congelato e si cominciano a erogare interessi su interessi, crescenti nel tempo, e con moltiplicatori nel caso di mancato pagamento dei ratei scaduti» (pp. 71-72 del IV Rapporto che cita l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Roma, Gaspare Sturzo, il 26 giugno 2018). Insomma, il ricatto usurario «può durare decenni, anche partendo da cifre insignificanti» (p. 73). Per conoscere il meccanismo dannoso e straziante dell’usura, targata Casamonica, occorre soffermarsi anche sulle dichiarazioni rese in sede di interrogatorio da un collaboratore di giustizia (riportate nel verbale di interrogatorio del 25 novembre 2016 nell’ordinanza citata dal IV Rapporto, pp. 70-71): «Loro ti danno diecimila euro e mensilmente vogliono il 20 per cento. Quindi su 10.000 euro sono 2.000 euro». E, in un altro passaggio dell’interrogatorio, aggiunge: «Basta un solo ritardo di una settimana o dieci giorni che poi cominciano ad alzare i prezzi».

Francesca Melania Monizzi