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Non solo pizzo

Non solo pizzo

Avviamo il nocciolo dei reati, una rubrica che vuole iniziare a mettere a fuoco, sensibilizzare e far conoscere reati che càpita di affrontare quotidianamente. Così, attraverso momenti di approfondimento, ci proponiamo di rivolgere domande che riceveranno risposte, a partire da diritti che troppo spesso vengono travolti e calpestati. La realizzazione delle interviste cambierà, di volta in volta, e seguirà l’andamento di incontri e dialoghi avvenuti o restituirà domande e risposte raccolte tramite email.

Non solo “pizzo”, verrebbe da dire a proposito delle estorsioni; per far affiorare i primi esempi e iniziare a parlarne con Gianluca Corrado (avvocato penalista).

 

Di cosa parliamo quando parliamo di intimidazioni?

«Parliamo della diminuzione della capacità di autodeterminarsi, di poter liberamente orientare le proprie decisioni verso scelte incondizionate. L’intimidazione tuttavia va distinta dall’estorsione. Nel primo caso infatti il committente prospetta alla vittima un danno ingiusto, nel secondo la condotta è molto più ampia e articolata. Il soggetto passivo del reato si vede infatti costretto a fare od omettere qualcosa sotto la minaccia o la violenza altrui per consentire al committente il conseguimento di un profitto ingiusto, che può essere di natura economica, ma anche di diversa natura e contestuale danno economico e non a carico della vittima. Dunque l’intimidazione, che nel diritto penale è meglio nota come “minaccia”, è un reato punibile di per sé, che diventa invece elemento costitutivo dell’estorsione, rendendo quest’ultima una fattispecie criminosa complessa in quanto contenente due autonome figure di reato, quali la minaccia e la violenza privata. L’estorsione infatti sussiste anche allorché il soggetto attivo eserciti una violenza sulla vittima (dunque non solo una minaccia), vale a dire lo induca a fare, tollerare e omettere qualcosa, sicché gli elementi individualizzanti gli autonomi reati di minaccia e violenza privati si innestano in una fattispecie complessa, come anticipato sopra, qual è l’estorsione, allorché siano finalizzati al conseguimento di un ingiusto profitto».

Puoi ricorrere a un po’ di esempi che arrivino nitidamente a piccoli artigiani, commercianti e imprenditori?

«Il taglieggiamento è un fenomeno purtroppo in continua espansione. Partito dal Sud d’Italia infatti si è ormai diffuso costantemente al Nord, dove le associazioni mafiose si sono radicate per via del benessere e della centralità dell’impresa, quale cellula primaria nella produzione di ricchezza. Taglieggiare vuol dire pretendere, imporre tributi illegittimi per garantire ai destinatari, per lo più commercianti, una asserita protezione della propria attività. I soggetti presi di mira sono costretti al pagamento dell’imposta attraverso minacce di danni fisici, economici ed anche morali, che vengono effettivamente cagionati in caso di mancato o ritardato pagamento e che possono arrivare alla distruzione fisica dell’attività o addirittura all’uccisione dell’imprenditore o di uno dei suoi familiari. Non sono pochi i casi di incendio doloso ai danni di imprese o di torture fisiche impartite a esercenti che si sono pubblicamente ribellati al sistema vessatorio del racket».

Ci sono, a volte, comportamenti intimidatori ambivalenti che si pongono in una “zona grigia”…

«Certamente. È del tutto indifferente, per l’orientamento consolidato della giurisprudenza, la forma o le modalità in cui si realizza la minaccia, potendo questa essere manifesta o implicita, palese o larvata, diretta o indiretta, reale o figurata, orale o scritta, determinata o indeterminata, purché comunque rivesta i caratteri della serietà e della idoneità rispetto all’evento intermedio della coartazione della volontà del soggetto passivo, che deve venire perciò a trovarsi in una tale condizione di soggezione e di timore, che non gli consenta ragionevolmente di potere adottare iniziative alternative, relativamente al proprio patrimonio, meno drastiche e dannose rispetto a quella prospettata. Ne consegue che anche una condotta che apparentemente non sembri estorsiva, in realtà lo è, non dovendo la minaccia palesemente diretta nei confronti della vittima».

Ci accompagni in una messa a fuoco delle estorsioni in parole semplici?

«Certamente lo schema classico del reato estorsivo è quello del “pizzo” richiesto ingiustamente al taglieggiato, dietro la promessa di una supposta protezione e nel quale pertanto l’ingiusto profitto si identifica nella dazione di una somma di denaro che la vittima si vede costretta a elargire all’agente, ma non è tuttavia il solo. Si pensi ad esempio alla dipendente costretta a mantenere il posto di lavoro dal proprio datore, dietro costrizione di prestazioni sessuali, per evitare il licenziamento, o il comportamento del datore di lavoro che elargisce salari non commisurati alle effettive ore lavorative impiegate, o l’aguzzino che minaccia ritorsioni se la vittima presenterà denuncia/querela ai suoi danni, o al derubato che per rientrare nel possesso del bene sottrattogli, si vede costretto a versare una somma di denaro».

Qual è il tuo punto di vista professionale e umano di fronte ai casi di estorsione affrontati?

«Umanamente è un fenomeno, quello in trattazione, che agita fortemente la mia coscienza. Il decremento economico del Sud, dovuto alla paura di intraprendere nuove attività per non subire azioni ritorsive, è un aspetto che inevitabilmente condiziona lo sviluppo del Meridione, di cui fa parte la Calabria, terra che ha visto i miei natali. Soprattutto i giovani decidono di arruolarsi alle consorterie criminose perché non trovano concrete occasioni lavorative e una delle cause della mancanza di posti di lavoro è dovuta proprio alla ritrosia degli imprenditori che preferiscono investire altrove i propri capitali per sfuggire alle grinfie della malavita. Occorre sensibilizzare le scuole, somministrare agli studenti un tipo di formazione, pervasa dai seri principi morali, che ripudino qualsivoglia forma di violenza e sopraffazione, utilizzando la Costituzione quale sistema cardine nell’educazione del discente. Dal punto di vista professionale, invece, tengo a precisare che nello svolgimento della mia professione, non sono portato a giudicare l’etica del mio assistito, altrimenti non potrei fare l’avvocato, ma unicamente a vigilare a che la legge sia rispettata, perché anche chi delinque è portatore di diritti che richiedono una rigorosa forma di tutela. Del resto, che la difesa debba essere impartita a chicchessia, lo impone la nostra Costituzione, la legge cui devono uniformarsi le altre leggi, che l’ha reso un istituto obbligatorio e irrinunciabile per ogni cittadino».

Come li racconteresti in un liceo?

«Con parole semplici, visto che i tecnicismi non stuzzicano gli appetiti cognitivi degli adolescenti. I ragazzi a quest’età sono curiosi di approfondire argomenti i cui contenuti per la loro difficoltà più si addicono agli adulti, che non a loro. Pertanto non mi soffermerei di certo sul dolo o sul concetto di ingiusto profitto patrimoniale e non patrimoniale, terminologia più consona a un giurista che non a un adolescente, ma cercherei di far capire ai miei giovani interlocutori il fenomeno estorsivo attraverso esempi pratici, partendo dalla nostra Costituzione che rappresenta, a mio avviso, la corretta chiave di lettura di ogni discussione di tipo giuridico/sociale e che consente di sviscerare in maniera semplice concetti a volte di difficile comprensione che, in quanto tali, appartengono al linguaggio di noi adulti. Mi è capitato più volte impartire lezioni di diritto nella scuola ed ho notato un livello di attenzione notevolissimo. Una ragazza ricordo che mi chiese: – “come mi devo comportare se vengo importunata, se qualcuno cerca di abusare di me, in che modo posso difendermi, posso addirittura uccidere il mio aggressore?”. Ecco la spiegazione di quella ingenua curiosità di cui facevo cenno prima che caratterizza l’universo giovanile fatto di domande semplici, ma ricche di significato…  È veramente un piacere interfacciarsi con loro!».

a cura di Francesca Melania Monizzi