Sos Impresa-Rete per la legalità

Sos Impresa-Rete per la legalità
Corruzione, usura e racket sono tre reati invischianti per i territori della penisola italiana. Tre reati che, in maniera differente, s’insinuano e s’impongono nella quotidianità di commercianti, imprenditrici e imprenditori. Nell’ambito del Forum “Racket, usura e corruzione. 
Tre reati contro l’economia e lo sviluppo” – organizzato da Sos Impresa-Rete per la legalità presso la sede nazionale di Confesercenti – si è svolta una tavola rotonda con interventi di Domenico Cuttaia, Maurizio de Lucia, Antonello Ardituro, Raffaele Cantone, introdotti e coordinati da Luigi Cuomo (giovedì 7 giugno 2018, ore 10:00-13:00, Via Nazionale 60, Roma).
Una discussione a più voci che ha mostrato come la consapevolezza delle persone potrebbe proporre quella polifonia presente in tutti i territori colpiti da ingiustizie ma, al tempo stesso, resilienti di fronte alla corruzione, ai volti subdoli dell’usura, alle sopraffazioni estorsive.
Se le persone non sono lasciate sole qualcosa accade e si possono ribaltare gli oscuri rapporti di potere e gli sbilanciamenti di forza disseminati, qua e là, ogni volta che ci s’imbatte in impiegati che improvvisamente diventano compiacenti dopo aver ricevuto mazzette, in apparenti amici (o conoscenti) e in finanziarie che prestano somme di denaro ma pretendono interessi da capogiro, in loschi personaggi che si aggirano tra cantieri edili, eleganti complessi condominiali residenziali e negozi italiani per dettare schiaccianti richieste di pizzo.
È stato l’intervento introduttivo di Luigi Cuomo, Presidente nazionale di Sos Impresa, a far vedere le denunce come un “regalo a sé stessi”, in modo da “liberare sé, la propria famiglia, il proprio territorio” dalla pervasività della corruzione, dalle tenaglie del racket, dalle sabbie mobili dell’usura. Ma come riconoscere l’usura quando appare camuffata e viscidamente benevolente? I sì a “prestiti facili e senza garanzia”, per esempio, possono diventare dei “modi sofisticati” di “fare usura” e infatti “sono cambiate anche le metodologie” nel fare usura e racket, non ha esitato ad affermare Cuomo.
Le soggettività colpite sono “le prime vittime del racket e dell’usura”, secondo Cuomo, ma ad essere investita è l’intera collettività, perché “quando s’incrina la fiducia tutto diventa più difficile da affrontare”, come in quei casi in cui le vessazioni ai commercianti e agli imprenditori sono arrivate da alcuni “uomini con la divisa” che remano contro i loro colleghi e le loro colleghe che lavorando, quotidianamente, lottano contro la criminalità organizzata. La convinzione espressa da Cuomo è stata quella volta a creare una sorta di ponte tra Terzo Settore e Istituzioni, in grado d’interconnettere “pratiche e analisi” dei fenomeni.
A proposito della necessità di raccordi sul campo, Domenico Cuttaia, Commissario straordinario Antiracket e Antiusura, ha messo in evidenza “il ruolo di governo dei prefetti” i quali “devono essere accanto alle associazioni” attive nei territori messi in ginocchio dal malaffare. Del resto, come ha sottolineato il prefetto Cuttaia, dove c’è ricchezza, le organizzazioni criminali agiscono massicciamente; peraltro, il Sud e il Nord della penisola italiana non mostrano la stessa percezione e consapevolezza del racket e dell’usura e si pongono in modo differente di fronte a essi: in alcune regioni del Nord, si tende a “rimuovere” questi fenomeni, quasi a non parlarne, come se addirittura nominarli, in rapporto alle realtà locali, potesse implicare il rischio di sottrazioni di prestigio regionale, provinciale, cittadino. Proprio per non rimuovere ciò che toglie energia a Milano e alla Lombardia, recentemente (nel mese di maggio 2018), è stato presentato il Vademecum su come accedere al Fondo di Solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura istituito presso il Ministero dell’Interno.
Il bagaglio lessicale della legge n. 44 del 1999 ricorre alla parola solidarietà, parola su cui occorrerebbe intendersi per risignificarla al presente, facendo tesoro delle esperienze maturate anche attraverso il lavoro reso possibile a partire dal 1996, anno-ariete per il contrasto dell’usura, grazie all’approvazione della legge n. 108/1996. In questo senso, durante il suo intervento, il prefetto Cuttaia ha lanciato un invito ad “andare oltre lo spirito di solidaristico”, tuttavia “senza voler essere equivocato” sul delicato e composito crinale di un lessico che risente dell’attività di sensibilizzazione veicolata dalle associazioni nei territori schiacciati da usura e pressioni estorsive.
Secondo il Commissario straordinario Antiracket e Antiusura, “la sensibilizzazione è importante”, ma “va rafforzata l’attività di polizia giudiziaria”. Infatti, come ha affermato il prefetto Cuttaia, si deve “riaccendere la fiducia e ricreare un contesto operativo efficace”, per incrementare le denunce da parte delle persone colpite dalle estorsioni e dall’usura. Polizia giudiziaria e Procure della Repubblica svolgono un ruolo fondamentale nei tessuti territoriali ad alto rischio di infiltrazione, dove, ha osservato Cuttaia, “a farne le spese sono soprattutto i giovani”.
La mattinata dedicata al Forum “Racket, usura e corruzione. Tre reati contro l’economia e lo sviluppo” ha offerto più fotografie delle luci e delle ombre dei fenomeni affrontati. Per soffermarsi sulle luci e individuarne la fonte negli studi fatti soprattutto a partire dal 13 marzo 1991, si dovrebbero approfondire i mesi trascorsi da Giovanni Falcone a Roma, in qualità di Direttore della Sezione Affari Penali del Ministero della Giustizia (allora, nel 1991, Ministero di Grazia e Giustizia), perché si tratta di uno sguardo retrospettivo fondamentale per cogliere i successivi passaggi legislativi. Con lo sguardo rivolto al lavoro di Falcone e a quelle “luci importanti”, Maurizio de Lucia, Procuratore della Repubblica di Messina, ha iniziato a parlare di Antimafia e criminalità organizzata.
Così il magistrato de Lucia ha affermato che, quando si parla di Antimafia, le “patologie” dovrebbero essere tenute distinte dal percorso della “politica di risposta giudiziaria” alla criminalità organizzata. Insomma, a fronte delle Mafie, dev’esserci una “militanza antimafia”, ha proseguito Maurizio de Lucia, il quale ha fatto notare, al contempo, che la “violenza delle intimidazioni” è più marcata, oggi, rispetto al 1991-ʼ92, quando furono costruiti “i 4 pilastri della strategia statale contro le Mafie”.
Qual è l’elenco delle ombre attuali? Le ombre, messe nero su bianco da de Lucia, attengono anche ai luoghi di lavoro: è sufficiente non restare indifferenti ai topi del Tribunale di Messina e alle note tende del Palazzo di Giustizia di Bari, istantanee delle condizioni pericolanti in cui si lavora in alcuni tribunali. Il passaggio dalla quotidianità negli uffici e nelle aule di Giustizia ai processi, poi, ha portato Maurizio de Lucia a indicare una serie di tematiche a cui dedicare in futuro seminari di approfondimento sugli attuali tempi dei processi di usura in Italia e, conseguentemente, sui ritardi dei pareri che i pubblici ministeri devono inviare al Comitato di Solidarietà presso il Ministero dell’Interno e, invece, sui tempi più rapidi dei processi per estorsione.
Però, come ha sottolineato il magistrato de Lucia, “l’estorsione non è solo pizzo”: si dovrebbe rileggere Falcone, per “non parlare solo attraverso le sentenze”. Nella parte conclusiva del suo intervento, de Lucia ha invitato a “guardare dentro il mondo dell’associazionismo”. Un mondo che mostra, quasi in controluce, “il fenomeno delle scommesse clandestine” di cui, ha sottolineato il magistrato de Lucia, “si parla poco”.
Dal polso del Terzo Settore, Luigi Cuomo ha richiamato le basi dell’antimafia sociale poste dai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, prima delle stragi del 1992 di Capaci e Via D’Amelio, fino a soffermarsi sulle attuali denunce delle persone colpite dalle estorsioni che potrebbero essere di più. Di più “come le ciliegie”, perché “c’è una cascata emulativa nelle denunce”, ha detto con forza Cuomo.
Crescita civile, conoscenza della Storia, consapevolezza che si raggiunge nei territori appaiono parole prêt-à-porter che, talvolta, rischiano di nascondere i nodi cruciali che attraversano la società italiana. Nelle scuole, spesso, emerge una domanda: “Conviene la legalità in Italia?”. Si tratta della domanda messa nero su bianco da Antonello Ardituro, componente togato del Consiglio Superiore della Magistratura, durante la mattinata dello scorso 7 giugno. Dover dare “una risposta articolata e complessa” comporta una serie di questioni correlate: “l’enorme tema dell’imprenditore che denuncia” di fronte alle Mafie imprenditoriali e ai cosiddetti “colletti bianchi”.
In altri termini: “che cosa succede all’imprenditore che denuncia?”. Quest’interrogativo di Ardituro consente un’iniziale messa a fuoco della commistione invischiante, nei territori italiani, tra Mafie, Palazzi e Cantieri edili. Si tratta di “enormi questioni” che, a parere di Ardituro, “non si risolvono solo con le risposte giudiziarie”, ma con il “sistema Giustizia” non solo funzionante, ma “percepito come funzionante”.
Alla necessità di “colmare un vuoto” ha fatto riferimento Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale Anticorruzione, per far emergere quel grado di mitridatizzazione alla corruzione che permea la società e che porta, spesso, a sottovalutare la corruzione. Sembra potersi registrare un vuoto di consapevolezza sia nelle persone adulte che adolescenti. I reati d’estorsione e di usura risultano “odiosi”, invece, verso la corruzione manca, secondo Cantone, “il rifiuto” e, dunque, “si deve condurre una battaglia di tipo culturale”, per giungere a un’affermazione di visibilità: imprenditrici e imprenditori “devono avere il coraggio di scendere in piazza”. 
Francesca Melania Monizzi