Una geografia sociale urbana

Le cifre e le prospettive tra le righe della ricerca Le mappe della disuguaglianza di Keti Lelo, Salvatore Monni, Federico Tomassi (Postfazione di Walter Tocci, Donzelli editore, 2019)

La passione per Roma non sempre si traduce in conoscenza di tutte le sue pieghe sociali. Anzi, spesso, si rischia di restare in ingannevoli immagini stereotipate e in atmosfere che non si ritrovano nel tessuto urbano. Il volume Le mappe della disuguaglianza. Una geografia sociale metropolitana di Keti Lelo, Salvatore Monni, Federico Tomassi (Postfazione di Walter Tocci, Donzelli editore, 2019) si muove nella direzione opposta alle cartoline del passato remoto o del presente sfocato e offre una cartografia a colori della Roma degli ultimi anni.

      Un’altra idea di benessere – Se dovessimo scegliere una sola mappa per parlare del lavoro di ricerca di taglio divulgativo di Leli, Monni e Tomassi, ci accosteremmo alla dodicesima mappa del volume che restituisce l’istantanea di una città a due velocità, dove nel Centro storico e a Roma Nord si assiste a un ampliamento delle possibilità, a Roma Est e nel litorale si registra un «disagio socio-economico profondo e preoccupante». Si tratta di un’analisi fondata sui dati statistici raccolti, ma non solo. Le cifre e mappe tematiche seguono  l’idea originaria del Programma dell’Agenzia delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (United Nations Development Programme) che si è affermata, a partire dal 1990, per considerare le persone la ricchezza dei Paesi (non il Prodotto Interno Lordo). È in questo ribaltamento di visione che l’economista pakistano Mahabub Ul Haq promosse l’Indice di Sviluppo Umano, un nuovo modo di concepire il progresso, non più basato esclusivamente sul reddito, ma portatore di tre dimensioni indicative: accesso alle risorse, conoscenza, vita lunga e sana (Sviluppo multidimensionale successivamente ampliato a livello teorico dall’economista indiano Amartya Sen, Premio Nobel per l’Economia nel 1998).

      Roma: un po’ di cifre a proposito del divario tra Centro storico e periferie – Se ci si pone di fronte ai numeri, Keti Lelo, Salvatore Monni e Federico Tomassi ci fanno prendere atto di “due città” che sembrano convivere attraversate da una frattura tra Centro storico e periferia: la quota dei laureati ai Parioli è pari a 8 volte a quella di Tor Cervara, occasione per ragionare a proposito delle condizioni materiali delle famiglie d’origine ma anche della mancanza di politiche mirate di rafforzamento dell’istruzione; il massimo del tasso di disoccupazione a Tor Cervara (17%) corrisponde al triplo del tasso di disoccupazione ai Parioli (5%) e nei quartieri benestanti del I e XV Municipio (Centro storico, Prati, Farnesina, Acquatraversa). Si assottiglia la demarcazione tra quartieri centrali e periferici di fronte ai numeri dei residenti stranieri: all’Esquilino un residente su quattro è straniero; a Tor Tre Teste (il quartiere delle Tre Vele dell’architetto americano Richard Meier) quattro su cento; in generale, però gli stranieri vivono in tutta la città. L’offerta culturale, tranne un’eccezione, ritorna a confermare la distribuzione diseguale tra zone centrali e periferiche (fonte: Provinciattiva, percentuali relative al 2010 riferite ai residenti): la presenza di cinema, teatri e biblioteche supera la soglia di una struttura ogni 1.000 abitanti nei quartieri centrali (Centro storico, Trastevere, Testaccio, XX Settembre, Celio), nelle zone universitarie e in quelle benestanti (Aventino, Flaminio, Parioli, Salario, Appia Antica Nord); la ricerca evidenzia che non esiste alcuna offerta culturale a ridosso o fuori dal Grande Raccordo Anulare (Serpentara, Settecamini, La Rustica, Torre Maura, Malafede, Acilia Nord). Resta  un’assenza di cinema, teatri, biblioteche persino in aree benestanti come Acquatraversa, Infernetto e Medaglie d’Oro, un’eccezione che attutisce un po’ il divario tra le “due città” e invita a discutere della staticità o vivacità culturale di quartieri così lontani e così vicini, per certi aspetti.

      Muoversi in città – I trasporti pubblici, secondo le mappe appaiono così: i bus e i tram sono frequenti nel Centro storico (96 al minuto), Eur (75), Esquilino (60). A Primavalle, Nomentano, Torre Angela, Gianicolense sono molti (50 al minuto). Un quasi arresto, con passaggi minimi alle fermate (2-3 al minuto), si registra nelle zone residenziali e periferiche, soprattutto fuori dal Grande Raccordo Anulare (elaborazione su dati Roma Servizi per la mobilità riferiti al 2016). Nei quartieri dove sono posizionate le fermate della metropolitana, i residenti si muovono, grazie alle linee su ferro, a pochi minuti a piedi da casa (Esquilino, XX Settembre, Prati, Eroi) e anche nella periferia storica a Ovest e a Sud-Est (Appio Claudio, Aurelio Nord, Tuscolano), dove passano la linea b (Nomentano) e la linea c (Torpignattara, Casilino, Gordiani), nonché a Roma Nord (Grotta Rossa). La ricerca fa notare che nessun residente è servito dalle linee su ferro in 33 zone residenziali più o meno periferiche, dove spesso anche la rete di superficie risulta scarsa. In realtà, la fetta di persone che si muovono con i mezzi pubblici non è ampia (25-30%). Insomma, a Roma, poche persone rinunciano a spostarsi in automobile o in moto (45-50%) e c’è chi si muove a piedi o in bicicletta (20-25%, dati Isfort-Audimob). Chi può contribuire alla “mobilità dolce” non inquina, non si stanca e abita vicino al posto di lavoro.

      Ri-abitare la città – La prospettiva di far ri-abitare la città da persone che quotidianamente l’attraversano porta a un ripensamento dei suoi quartieri e alla valorizzazione delle sue piazze. Come scrive Walter Tocci, nella Postfazione intitolata Il caleidoscopio romano, la diseguaglianza «è connessa alle tre D: la distanza, la densità e la durata. Sono più poveri di opportunità e di relazioni i quartieri più lontani, meno densi e meno storicizzati». Tocci ricorda la fragilità del Grande Raccordo Anulare che scorre nel documentario Sacro Gra di Gianfranco Rosi e si sofferma sull’ombra dell’omologazione che pervade e quasi smembra il Centro storico dove molti alloggi per turisti contribuiscono a far diminuire le persone residenti e molti commercianti non riescono a combattere la competitività degli ipermercati. Tra le ombre, la luce di una prospettiva: riusare i tanti immobili dismessi. L’esempio indicato da Tocci è la Caserma di Via Guido Reni, nel quartiere Flaminio. Il senso è abitare edifici che aspettano di superare la stasi.

Francesca Melania Monizzi